I ragazzi di Tqu

Gaza

Nel 2017, Antonietta Chiodo decise di trasformare un sogno in coraggio, e il coraggio in azione.
Scelse di avviare un progetto artistico e umano nel villaggio di Tqu, in Cisgiordania — una delle zone più
pericolose e delicate del territorio, circondata da insediamenti di coloni e segnata dalle continue incursioni
dei militari israeliani. Era un luogo dove la paura era parte della quotidianità, e dove anche un gesto
semplice come camminare per strada poteva diventare un atto di resistenza. Al progetto presero parte
quattordici ragazzi, tra i tredici e i diciassette anni. Ragazzi dal volto giovane ma dallo sguardo già
segnato. Molti di loro avevano conosciuto il carcere: alcuni arrestati una sola volta, per mesi; altri più
volte, spesso senza sapere perché. Tutti, purtroppo, avevano perso qualcuno — un padre, un fratello, un
amico — uccisi nella lunga scia di violenza che da anni lacera la loro terra. In mezzo a quel dolore,
Antonietta arrivò con un’idea semplice ma rivoluzionaria: usare l’arte come voce, come respiro, come
libertà.
Con pennelli, tempere e colori, invitò i ragazzi a raccontare il proprio mondo, a riversare sulle tele la
rabbia, la paura, ma anche la speranza. L’arte divenne un linguaggio nuovo, un modo per dire ciò che le
parole non riuscivano più a contenere. Durante quei mesi di lavoro e fiducia reciproca, il gruppo fu colpito
da una tragedia.
Qusai Al Lamour, uno dei ragazzi più giovani, appena sedicenne, fu ucciso dai militari.
Il dolore fu immenso. Antonietta avrebbe potuto fermarsi — chiunque l’avrebbe fatto.
Ma lei scelse di continuare.
Con le lacrime agli occhi, tornò dai ragazzi con nuovi pennelli, pennarelli e colori. Li invitò a dipingere,
ancora.
A trasformare quel dolore in testimonianza, in memoria, in speranza.
Giorno dopo giorno, i ragazzi impararono a parlare attraverso l’arte. I loro disegni divennero finestre su
un mondo interiore che chiedeva solo di essere ascoltato. Il loro maestro e il capo del villaggio restarono
colpiti dalla forza e dalla sensibilità che emergevano dai loro lavori. Quei giovani, che da tempo avevano
smesso di sognare, iniziarono di nuovo a farlo.
Sotto la guida di Antonietta, riscoprirono la possibilità di immaginare un futuro diverso, anche solo
per un attimo. Il legame tra Antonietta e quei ragazzi non si è mai spezzato.

Ancora oggi li unisce un profondo rispetto, un affetto silenzioso fatto di fiducia, di memoria e di
riconoscenza.
E molti di quei giovani — una volta adolescenti spaventati — oggi frequentano l’università. Stanno
scrivendo nuove pagine della propria vita, pagine che parlano di riscatto, conoscenza e speranza. Quel
progetto, nato tra la paura e la polvere, ha dimostrato che l’arte può diventare un ponte, che anche nei
luoghi più feriti può nascere un sorriso, e che un solo gesto, fatto con amore, può cambiare il corso di
molte vite.